A quanto pare qualcuno non ha la minima idea di ciò che oggi sia diventato il mercato del lavoro. Sicuramente in Italia esistono sacche di lavoratori che possono guardarsi le punte delle scarpe, ma quasi sempre ciò avviene dove vi sono dei Dirigenti finiti lì per caso, per sfortuna (nostra), o per una lotteria della Befana con un numero solo. In realtà le garanzie dei lavoratori sono un po' come le isole Samoa, ogni giorno l'oceano della globalizzazione se ne porta via qualche metro. Quando ero ragazzo, ed imperavano Craxi e Andreotti, l'economia aveva cominciato a tirare veramente, e il mercato del lavoro era regolamentato. C'erano i contratti di formazione, c'era il contratto a tempo indeterminato. Un periodo di accesso, poi il patto di reciproca fiducia verso un'azienda ed il suo imprenditore. Funzionava meglio, c'era più qualità, c'era fidelizzazione. Oggi sei un punto su un grafico, determinato o indeterminato, tra sei mesi non sai dove sarai o se la targa davanti al tuo posto di lavoro passerà da "tecnologie avanzate" a "pizzeria d'asporto". Parlare di articolo diciotto (licenziamento per giusta causa), senza affrontare il modello industriale delle nostre aziende medio grandi (dove ha ancora qualche senso cianciare di diritti) è come parlare del tempo sulla Luna. Tra cessioni di rami d'azienda, scatole cinesi, cessate attività, fallimenti, altro che dissertazioni... Loro, quelli che fustigano i fannulloni, si trastullano, all'ombra dei loro stipendi da deputato e da professore ordinario a vita, noi, gli indeterminati, nel vero senso della parola, abbiamo smesso di divertirci (e di crederci) già da un pezzo.
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