lunedì 8 febbraio 2010

L'INGANNO

Nel romanzo più recente dove appare il mio personaggio, "Piazza Vescovado", ci sono una trentina di pagine dedicate alla religione. Non tantissime, a dire il vero, ma abbastanza per risultare indigeste. Il linguaggio utilizzato e l'accesso alle tematiche sono stati volutamente semplificati, nonostante questo per i lettori "laicisti", o meglio non più avvezzi alle cose di Dio, rappresentano una appendice quasi inutile, un supplemento buonista, della storia. "La parte giornalistica, ambientata a Verona, molto bella, la parte in Terra Santa, a cosa serve?" Questa domanda è sorprendente, anche se i lettori hanno pieno diritto di critica, ma dal punto di vista dello scrittore quelle ambientate in Israele sono le pagine più belle. In particolare le battute scambiate dai protagonisti sul Monte delle Beatitudini rappresentano per lui il momento più alto della narrazione. Questo fa riflettere su quanto la dimensione religiosa sia ormai relegata in un angolo del nostro quotidiano, stretta tra integralisti che usano la religione come uno scudo e atei razionalisti che la ritengono una favola per far addormentare i bambini. Il Cristo Laico di "Piazza Vescovado" non ha grande cittadinanza in questo mondo di Guelfi e Ghibellini, il suo messaggio di liberazione, fuori dagli schieramenti, appare lontano dal contesto. Per questo certi lettori, immagino, ne rimangano sconcertati, e si fermano alla base della montagna. Nel tempo, probabilmente, si sono convinti che di certe parole non hanno più bisogno, che le hanno già capite. Io, serenamente, pacatamente, per dirla alla Walter, credo di no, se le avessimo capite, il mondo sarebbe diverso, se non altro migliore. Chi nel tempio ce le ha raccontate spesso ne ha travisato il significato, in buona fede o no. Sulla religione si è fabbricato un gigantesco inganno, o perlomeno un equivoco. Il falegname non parlava dell'altro mondo, parlava di questo.

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