Girando e rigirando per tirare a campare, mi imbatto spesso in situazioni kafkiane dove, a fronte di un problema reale la risposta diventa sempre virtuale: la riunione. La "call conference" (per i più fighi la "video conference"), il "vertice", l'incontro, diventano il fine e non il mezzo attraverso il quale pianificare una soluzione. Così i lavoratori dell'Alcoa attendono l'incontro, e poi dovrebbero essere lieti se alla fine dell'incontro, "terminato positivamente", si è semplicemente pianificato un altro incontro. Da mesi mi chiedo a quale scopo vengano indette queste riunioni fiume, dove il semplice buon senso suggerirebbe partecipassero la metà della metà delle persone. Mi sono regalato alcune risposte. 1) A segnare il territorio. Dirigenti, sottocapi, aspiranti, con la loro presenza e l'eventuale battuta al momento più o meno opportuno, dimostrano la propria effettiva esistenza in vita. 2) Il buffet. Non sottovalutiamo il momento dell'aperitivo, di solito raffazzonato con panini rubati alla mensa dell'asilo più vicino e bevande frizzanti da immediata visita gastroenterologica. 3) Non lavorare. Ecco questa temo sia la vera essenza. Far lavorare qualcun altro, magari pianificando soluzioni impossibili da far eseguire a frustate ad interinali, ultimi della fila e perdenti, ai quali è destinato l'amaro calice del realizzare cose funzionanti. Non so per quale miracolo delle persone trattate così male, in minoranza assoluta, anche numerica, riescano ancora a tenere in piedi la baracca, probabilmente per la consapevolezza che al peggio non vi è rimedio. In questi contesti non è il prodotto a tenere banco, ma i pesi e contrappesi relazionali che gli stanno sopra. Una specie di subprime generalizzato, l'illusione di realizzazioni che sopravvivono solo nella mente dei convitati. Shhhhh Scusatemi, devo scappare. Sono anche io in riunione!
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