Come la dichiarazione dei redditi e la morte, il prossimo anno arriveranno puntuali le elezioni comunali e con loro il rosario di richieste di consenso, gadget personalizzati, dibattiti su argomenti già rimasticati su tutti i network nazionali. L’opposizione a Verona, ed uso un caritatevole eufemismo, combatte con il dubbio di non avere i mezzi, le motivazioni, le persone che possano espugnare l’Alcazar dei Califfi che governano la nostra città. Il rischio è dedicarsi a raccogliere l’unico frutto spontaneo che è concesso ai perdenti: il voto di preferenza per un posto da consigliere. Uno scranno, uno scampolo di legittimazione sociale, un posto gratis allo stadio la Domenica. Tutto ciò potrebbe essere nobile se venisse perseguito in nome di una visione, di un ideale (usiamolo pure questo sostantivo), di un anelito di cambiamento, anche a lungo termine. Altrimenti è una picaresca corsa dei sacchi, dove, nel saltellare verso il traguardo, ci si preoccupa di far inciampare il vicino e magari di violare le regole del gioco in ogni modo, pur di arrivare primi.
Da elettore del centrosinistra ho chiesto più volte spiegazioni sulle attività del gruppo consiliare che ho votato, ma non ho mai capito cosa pensino veramente dell’inceneritore di Ca’ del Bue, della Fondazione Arena e di quella della Cassa di Risparmio, della drammatica crisi economica che colpisce indiscriminatamente il territorio. Persino durante i festeggiamenti dell’Unità d’Italia mi è parso che l’entusiasmo si intiepidisse. La marginalità, la penombra, sembrerebbe divenire una condizione esistenziale, e, dal momento che non governare niente deprime, allora c’è il rischio di diventare disponibili a tutto, magari anche alle alleanze innovative in provincia con coloro che non disdegnerebbero di cannoneggiare i barconi degli immigrati. A pensarci bene, però, c’è un limite a tutto, il riformismo non è un fine (governare, occupare spazi, regalarsi visibilità), ma un mezzo che traghetta verso un reale cambiamento, nelle condizioni date e possibili. Se il perimetro di questo cambiamento non è chiaro, allora la politica è solo un feroce gioco di società, un comitato elettorale permanente, che mette in palio posti di sottogoverno e accrediti per successivi favori.
Abitando nella città del sindaco più amato d’Italia dovrei essere felicissimo, eppure non lo sono affatto. La politica sull’integrazione, l’ambiente, lo sviluppo economico, l’offerta culturale a cui vengo esposto mi avviliscono. Il punto è che sono un numero zero, un “zero tituli”, come direbbe il vate di Setubal, José Mourihno. Sono parte di quella schiera di professionisti anonimi che tengono in piedi l’Italia sfregiata dai bunga bunga e avrebbero qualcosa da dire e da rivendicare, ma non hanno un luogo dove esprimersi, perché non vanno in televisione, non sono giornalisti di grido, boiardi telegenici, ordinari presso qualche Università, politici di professione. Non mi sento rappresentato da questa gente, non ho modo di condividere il mio dissenso, però posso intonare quello che Rino Gaetano cantava nella sua celebre “Nuntereggae Più”. Mi immaginerei un discorso così: ”Amici e compagni, come si usava dire una volta, con la vostra acquiescenza verso un modello di sviluppo che sta distruggendo il pianeta, io non ho niente a che vedere, con il vostro desiderio di autoaffermazione basato sul nulla, io non ho niente a che vedere, con il vostro abbandono di qualsivoglia sogno di un mondo migliore, con la vostra ‘gestione dell’esistente’ o ‘liberismo temperato’, io non ho niente a che vedere. Per dirla in poche parole la delega che vi ho sempre concesso, magari turandomi il naso, ve la ritiro a tempo indeterminato e come a voi anche a coloro che vi sostengono acriticamente, come ultras avvinazzati di una squadra di calcio in zona retrocessione, essi sono corresponsabili di questo deserto almeno quanto lo siete voi.” E poi mi sveglio.
Il punto è che occorre offrire un’alternativa, se non nell’immediato, di prospettiva. Inutile intonare la cantilena di “un altro mondo è possibile”, ma dopo, nei fatti, non fornire in allegato il manuale su come lo sia veramente. Per molti anni, almeno venti, abbiamo vissuto in un clima da “fine della storia”, dove il crollo dell’impero Sovietico avrebbe dovuto consentire, con la liberalizzazione dei mercati, una nuova prospettiva di crescita e prosperità per tutti. Nella realtà abbiamo la guerra alle porte di casa, siamo minacciati da ogni genere di inquinamento ed immersi nella più grande crisi finanziaria (e di sistema) della storia. Possiamo costruire ospedali sempre più grandi e specializzati, ma non sarebbe meglio creare le condizioni per ridurre il numero delle malattie? Se non riportiamo la persona umana al centro dell’attenzione, e con essa l’ecosistema di cui è parte, siamo destinati a soccombere. Le risorse del pianeta che ci consentono di vivere non sono infinite e la pletora di opinionisti al servizio degli ultraricchi non ha nessun interesse a raccontarci la verità, ovvero che la guerra per le risorse primarie (acqua, gas, petrolio, uranio, cereali…) è destinata ad inasprirsi ed a travolgerci. Ciò che è peggio, è passata l’idea che ciascuno possa comperarsi il futuro da solo, che il rapporto con gli altri si traduca in un sistema sempiterno di transazioni e di scambi. Io ti do e tu mi dai. Valter Veltroni afferma al Lingotto di Torino “non siamo contro la ricchezza, ma contro la povertà”, è del tutto evidente però che nel mondo reale i due fenomeni agiscono in modo proporzionale, all’aumentare della ricchezza di pochi, tracima la povertà di molti. Occorre invece recuperare il concetto di Comunità, dove le insufficienze dell’uno trovano equilibrio nella disponibilità dell’altro e l’idea di una dimensione metafisica, per me è Dio, per altri un’entità o un ideale trascendente, che diano un senso alla nostra vita anche oltre il tempo a nostra disposizione.
Come tradurre tutto questo in un percorso cittadino? Intanto partendo da un assunto: ciò che mettiamo in campo non lo facciamo per noi stessi, ma per i nostri figli e i nostri nipoti, giacché ciò che seminiamo oggi noi potrebbe essere raccolto domani da altri e se non è gratuito rischia anche di divenire sterile. La dimensione comunitaria trova applicazione nel mutuo soccorso, nell’apertura consapevole alle altre culture, nella pulizia dei luoghi (aria ed acqua incluse), in una sana prospettiva di sviluppo senza rapina altrui, nella ricerca della felicità e della realizzazione di ciascuno. La natura ci ha insegnato che ogni cosa contiene il tutto (basti pensare che ogni cellula trattiene l’intero nostro DNA) perciò non servono uomini della provvidenza o ricette buone per tutte le latitudini. Occorre una visione strategica e dei piccoli gnomi che la perseguano nelle condizioni date. Per restare nel campo della genetica, dei retrovirus che contaminino i piccoli processi quotidiani che perturbano il nostro intorno. La nostra strada, la nostra società sportiva, il nostro ricovero per anziani, la nostra posta, la nostra banca, la nostra chiesa, la nostra scuola. Dobbiamo tornare ad occuparli, tornare a governarne gli eventi, se non con la gestione diretta, con la pressione costante ed il convincimento, ove possibile e la dialettica, ove necessario. Ogni processo è composto da tanti piccoli item, passaggi, se ogni singolo passaggio viene arricchito di qualità l’intero processo ne guadagna in modo esponenziale. Se in un determinato perimetro non operano singolarmente tanti volenterosi, ma si esibisce un’orchestra, allora tutto può cambiare. Vi rammento un dialogo del bel film di Mihaileanu “Il Concerto”, dove questo anelito di coralità è espresso a meraviglia: «L'orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l'armonia».
Non sono così ingenuo da credere che avviare un processo di cambiamento in una città chiusa a chiave come la nostra sia un processo facile. Verona è una città senza opposizione sistemica, non si confrontano due o più mondi, ma alcuni interessi forti e una riserva indiana. I partiti di conio recente non hanno prodotto una nuova prospettiva, ma una confezione più moderna e colorata, al centro come a sinistra, di vecchi prodotti politici e capitani di lunghissimo corso. Se, però, coloro che fanno funzionare la città, dalla maestra al manager, dal dirigente pubblico al medico di medicina generale chiedono un cambiamento, a loro non ci si può sottrarre, perché di loro non si può fare a meno. Il punto sta nel far comprendere l’urgenza delle riforme e la loro convenienza nel medio periodo. Questo è il lavoro più difficile, poiché ogni mezzo che può generare opinione è in mano imperiale e le esperienze virtuose di giornalismo partecipativo non sono connesse tra loro, vengono snobbate da partiti e istituzioni in quanto non scalabili e vivono con mezzi di sussistenza ed autofinanziamento. Chi rappresenta ufficialmente la Chiesa non pare interessato ad interrogarsi sul domani, anzi, preferisce mettere attorno al proprio tavolo tutti gli artefici dell’oggi. Un oggi che molti credenti vivono con sofferenza, disillusione e senso di solitudine. In fondo, in questo quadro, tutti i protagonisti non hanno interesse a un cambio di orizzonte, ed anche per chi si trova in una posizione subalterna è meglio un uovo oggi che una gallina domani. L’assenza di ambizione e concorrenza, però, non può che generare stagnazione e arretratezza.
E allora, concretizzando? Cari amici, cari lettori, molti di voi occupano ruoli strategici a livello cittadino di quartiere e oltre, abbiamo sempre concesso deleghe in bianco a chi ci sembrava meno peggio, o perché portava i colori della nostra squadra del cuore. Bene: non facciamolo più! Consorziamoci e formiamo un bel forum di idee, competenze, ma anche un bel pacchetto di voti. Una lobby, no problem, chiamiamola pure così: la “lobby dei gigli del campo”. Creiamo un’agenda, un bel protocollo, un capitolato d’appalto e vediamo chi è in grado di portare a casa la commessa di una Verona pulita, aperta, consapevole e comunitaria (o è il più adatto a incarnarne lo spirito), senza preclusioni di destra, centro, sinistra. Da questi interlocutori sono esclusi i razzisti, gli inquisiti e coloro che si richiamano, direttamente o indirettamente a regimi totalitari, rossi, neri o rossoneri. Discutiamone con tutti, comprese le altre associazioni, tentiamo di inserire nel dibattito che sta per iniziare tematiche, argomenti e chiavi di lettura altrimenti confinati a circoli minoritari. E se non troviamo interlocutori per la nostra agenda, ma proprio in ultima analisi, ci toccherà giocare la leadership in prima persona, perché è inutile lamentarsi di continuo per poi rifugiarsi nel “tengo famiglia”. A scanso di equivoci non parlo per me, sono fin troppo in gioco, io amo fare l'editore e sono contrario al conflitto di interessi. Non più deleghe in bianco, ma nel mondo delle transazioni, un accordo di programma con chi, per storia, professionalità, credibilità e cultura sia in grado di rappresentare i nostri bisogni ed interessi, per dirla alla Badoglio “di qualsiasi provenienza”. Diamo spazio alle persone, perché gli attuali contenitori non sono buoni nemmeno per la raccolta differenziata. AAA Cercasi persone volenterose per un progetto virtuoso di medio termine. Astenersi perditempo, grazie…
Far parte di un partito, magari con un ruolo non solo di sostenitore, secondo me vuol dire sottoscrivere una appartenenza che a volte, spesso, o sempre non lascia la possibilità di ragionare con la propria testa. Mi spiego, non che la struttura umana dei vari partiti o movimenti sia tale che la materia grigia sia scarsa, ma se un singolo esponente, magari aiutato e supportato da centinaia di teste pensanti la usa in modo razionale e consapevole può creare pericolo e disagio al partito o movimento di turno. A questo punto “ci si adegua alle scelte di partito”……….
RispondiEliminaDico questo perché gli esempi degli ultimi, diciamo, 20 anni dimostrano che i vertici (a volte una sola persona, o un gruppo ristretto di persone) pensano, promettono e decidono.
Pensano ad un interesse personale (tornaconto politico o guadagno), promettono una cosa con l’intento di arrivare ad un risultato nascosto agli elettori, decidono senza tenere conto dei suggerimenti o di palesi verità che con metodo certosino dimenticano di ricordare e infine decidono chi conta e chi no, con particolare attenzione a chi può metterli in cattiva luce mediatica. Per concludere diciamo che conta chi condivide gli obiettivi (anche truffaldini) decisi da altri, in genere dalla “linea programmatica del partito”.
Qui si pone in gioco la persona con la sua dignità e coerenza. Le strade sono due: la prima denominata yes man, la seconda costellata da fosse create dai vari yes man in auge. Naturalmente resistere e crescere in un partito vuol dire portare pazienza, non prendere posizioni nette, non essere critici-costruttivi, portare sempre acqua al proprio mulino anche se il mulino non macina più. Non importa la comunità degli elettori, prima o poi si arriverà al premio (personale). Il cittadino deve fidarsi e chiede alle strutture dominanti chiarezza, rettitudine ed onestà. Abbiamo subito promesse mai mantenute, assistiamo a giochetti di spartizioni “artistiche”, valutiamo l’incapacità (studiata) di risolvere problemi reali: dall’inquinamento alla mancanza di lavoro, dalla viabilità ai progetti culturali, dalla svalutazione dell’insegnamento scolastico al gettito erariale che finanzia lavori che di pubblico non hanno neanche il nome, ecc. ecc.
Bisogna capire l’utilità del cittadino comune, ma questo si chiede se è davvero utopia credere di contare qualcosa nei propri quartieri o città. Ancora si chiede se è impensabile poter dare una mano ai rappresentanti amministrativi. Mah. Intanto si sente come un pugile nell’angolo. I problemi di Verona si risolvono se si vuol bene a Verona (più bene che a se stessi, o quasi). I nostri amministratori sono così innamorati? O forse amano troppo i soldi, il potere e le comparsate in TV?
Questo non vale solo per Verona. Da cittadino chiedo trasparenza ed onestà, ma chiedo a chi vuole amministrare le nostre città di ricordarsi di chi ci vive, ci abita, ci lavora o studia, dei malati, degli anziani, dei bambini………. per migliorarne le condizioni attuali e future. Amministratori….. non abbiate paura di mettervi a disposizione dei cittadini con i fatti. Prendete posizioni chiare. Non abbiate paura di portare a termine il progetto comune che avevate promesso in campagna elettorale. Siate trasparenti e abbiate il coraggio di ammettere eventuali errori.
La gente ha bisogno di politici onesti e competenti, ma voi avete bisogno della gente comune e dei loro problemi per giustificare la vostra presenza e il vostro lavoro. E’ una grande occasione per voi e per noi “comuni mortali” di portare a termine qualche progetto serio: E qui non parlo di appartenenza politica, parlo di risoluzione di problemi reali, risolvibili, con la collaborazione di tutti ( si chiama ancora democrazia?) Il dio denaro arriva molto dopo.
La gente non vi misura dalla bandiera politica che rappresentate ma dalla forza con la quale affrontate i bisogni (reali e comuni) delle persone che chiedono rispetto e che rispettano.
Floriano