sabato 25 luglio 2015

Veronesità

Se uno viene a Verona ha l’impressione, la prima volta, di visitare una città austroungarica, di quelle dove le persone gettano le carte nei cestini e lasciano il posto sull’autobus alle vecchiette.

Non è così, o meglio, Vienna traspare in quel paio di chilometri quadrati dove stazionano i turisti, il resto è un luogo senza memoria, quasi sintetico, dove gli eventi culturali autoctoni si contano sulla punta delle dita.

Non mi riferisco alle commedie dialettali dove i doppi sensi e le scoregge la fanno da padroni, ma a qualcosa che nasce dal profondo, dal cuore della città. Il problema è che io non so dove si trovi questo cuore, non l’ho mai udito battere…

So bene che ci sono persone che passano la vita a riempirsi la bocca della “Veronesità” e allora provo a darne una definizione. 

La Veronesità è la sensazione che uno prova quando, accomodandosi ad un banchetto di nobili, vestito a festa, non sa quale forchetta usare, quale sia il bicchiere del vino, come ci si rivolge agli altri commensali. E allora, con voce sussiegosa annuncia a tutti: “Mi spiace ma non ho appetito!”, e corre a strafogarsi all’osteria…


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