mercoledì 2 settembre 2015

La mia malattia



Il problema delle appartenenze in questa città si sente forte. Se non sei di nessuno non esisti, perché sicuramente ci sarà un codicillo, una carta, una virgola che non sta dove deve stare e allora non puoi passare e devi ricominciare dal VIA. 

Una società basata sul “mi manda...” è destinata a soccombere nei confronti di chi soppesa le capacità delle persone a prescindere dal timbro che portano sul nome.

Questo ve lo dico perché sono abituato a scardinare le porte (sociali) chiuse a doppia mandata, insomma riesco ad penetrare in posti impossibili, ma so quanti salti mortali bisogna sopportare se non puoi “chiamare papà” alle prime difficoltà.

Ho letto di questa vicenda delle assunzioni dei parenti nelle società partecipate, non è reato assumere la moglie o l’amante (o tutte e due) se non si dimostra che è lo stato di congiunto/a (di primo o secondo letto) a determinare l’assunzione medesima. Alessandro Manzoni e il suo Azzeccagarbugli saranno pur esistiti per qualcosa! 

Dal momento che pago le tasse, come (quasi) tutti voi, desidererei che nelle società partecipate dalle pubbliche amministrazioni fossero assunte semplicemente le persone più brave sul mercato. Donne, Uomini, Gender, Interisti o tifosi dell’Hellas, poco mi importa.

Forse esagero nell’analisi, ma veniamo a me.

Credo di avere una malattia, che la gente mi rinfaccia: fatta salva la famiglia non riesco ad “appartenere” a un clan, ad una organizzazione, ad un partito, ad un’azienda con l’eccezione, naturalmente, della mia (in senso letterale).

Mi hanno regalato tante diagnosi: disadattato, solitario, mitomane, rompiscatole. 

Sono preoccupato. E se fossi anarchico?

No, non credo. Guccini lo scrive nella Locomotiva: “gli Eroi son sempre giovani e belli…” Basta uno sguardo allo specchio e la cosa si esclude da sè.

E se invece questo mio malessere si chiamasse, semplicemente: “Indipendenza”?

Nessun commento:

Posta un commento