mercoledì 18 novembre 2015

Tempi Moderni



"Il lavoro ci consente di vivere decorosamente, ma anche di sentirci parte della Comunità".

Questa frase avremmo potuto leggerla trent’anni fa. Poi sono accadute tante cose, tra le quali: 

1) La finanziarizzazione dell’economia che ha reso più redditizio vendere un niente a uno che lo compra senza conoscerti. Il sottostante, ovvero l’attività che lo strumento finanziario dovrebbe certificare, a volte è solo una commedia e in taluni casi semplicemente una farsa. 

2) La tecnologia informatica e la robotica, che hanno consentito di sostituire le persone in mansioni sempre più elevate e di spingere, più o meno consapevolmente, gli utenti a svolgere attività che invece gli sarebbero dovute (farsi il biglietto del treno, sbrigare pratiche amministrative, fare il cassiere della banca). 

3) La digitalizzazione delle esperienze. Le basi dati traboccano di procedure ripetitive che una volta svolgevano gli operai specializzati. 

4) L’esplosione del WEB 2.0 che ha eliminato interi comparti produttivi senza crearne di nuovi. Si pensi, ad esempio, al mondo legato alla carta. 

Il punto è che c’è sempre meno lavoro “ad alto valore aggiunto” perché in buona parte viene svolto da droidi più o meno virtuali, le decisioni e le attività creative vengono spinte verso i piani alti delle organizzazioni e rimangono sulla piazza servizi generici, nei quali ciascuno può venire facilmente sostituito.

La persona è solo un tassello del puzzle e nei nuovi modelli organizzativi delle mega-aziende nessuno, ai livelli medio-bassi, è più in grado di controllare veramente quello che fa, perché è parte di un sistema complesso, delocalizzato, governato da pochissime persone. 

Siamo tornati a “Tempi Moderni” di Charlie Chaplin. Il potere di contrattazione dell’unico soggetto in grado di far funzionare la “fabbrica”, cioè l’operaio, è stato risucchiato da un sistema in grado di autoregolarsi, riposizionarsi ed espellere eventuali “deviazioni”. Gli stessi gruppi di progetto/sviluppo oggi sono formati da team estremamente ristretti di iperspecialisti, d’altra parte le attività di supporto e di calcolo possono essere svolte dai supercomputer.

Pensate solo alle borse; qualcuno immagina ancora broker con lo sguardo spiritato e il colletto sbottonato che urlano a squarciagola nel mezzo di uno stanzone disseminato di monitor? Archeologia... 

Per questo mi fanno tenerezza i ragazzi alla ricerca del “posto”. Quella cosa che dovrebbe metterli al riparo per la vita e consentir loro una concreta speranza di carriera. A parte i paraculati di varia estrazione nelle municipalizzate e dintorni il “posto” non c’è, se non lavori parziali e malpagati, perché il mercato è spietato; se l’offerta è tanta e la domanda è poca il prezzo crolla (e la frustrazione aumenta). 

E anche quando il “posto” arriva, dopo il primo momento di euforia, ci si accorge che avere studiato la meccanica quantistica o l’epistolario di Kant è assolutamente sovradimensionato rispetto a ciò che ti viene effettivamente richiesto. 

Anzi, a volte è meglio lasciare in clandestinità la propria cultura, perché potrebbe creare imbarazzo ai tuoi superiori. 

Questa è la realtà. 

Oggi occorre conseguire continue abilità, diventare come trapezisti, volteggiare compiendo esercizi sempre più difficili per rimanere su un mercato del lavoro senza rete, mentre cadere nell'oblio è sempre più facile. 

E’ venuto il momento di immaginare nuovi modelli di partecipazione, aziende comunitarie dentro le quali alla sfida della globalizzazione si risponde con la forza della sinergia, della flessibilità e di una cultura diffusa dell’inclusione.

Al modello industriale Liberista occorre contrapporne uno Comunitario, capace di interpretare le nuove sfide e imbarcare quante più persone possibile. Senza cadere nell’assistenzialismo, perché la risposta di oggi non sta nel rivendicare, ma nel competere. 

A loro i soldi, le tecnologie, le informazioni riservate. A noi la passione e la fantasia.

Ho l'impressione però, che gli piaccia vincere facile...

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